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title: "Le tue parole sono la tua impronta"
description: "Due statistici identificarono James Madison contando quante volte usava la parola “upon”. Quello che di te arriva a uno sconosciuto, quando ti legge, non è il nome né la faccia: sono le parole piccole, quelle funzionali. Cos'è il “language style matching” e perché una frase vale più di mille foto profilo."
url: https://kindredly.io/it/guides/words-are-your-fingerprint
language: it
updated: 2026-07-30
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# Le tue parole sono la tua impronta

*Come il modo in cui scrivi tradisce chi c'è dietro il profilo.*

2026-07-30 · 7 min di lettura

Una volta due statistici scoprirono chi era uno sconosciuto contando quante volte usava la parola “upon”.

Lo sconosciuto era James Madison. Era il 1964. Frederick Mosteller e David Wallace si erano ritrovati tra le mani i dodici saggi del *Federalista* di paternità contesa: li aveva scritti Madison o Hamilton? Gli storici ne discutevano da un secolo e mezzo. Mosteller e Wallace quelle dispute le lasciarono perdere. Lasciarono perdere anche i temi, la politica, i sentimenti, il lessico che avrebbe notato qualsiasi insegnante. Si misero invece a contare le parole piccole. “Upon”. “While”. “By”. “To”. I cardini minuscoli della prosa inglese, quelli che nessuno sceglie apposta. Venne fuori che Madison li usava con frequenze così costanti, e così diverse da quelle di Hamilton, che le probabilità contro un errore di attribuzione erano di decine contro uno nel più incerto dei dodici saggi, e di migliaia contro uno, o anche di più, in tutti gli altri. Dietro Publius c'era Madison. Lo avevano tradito le parole piccole.

Ma stabilire chi ha scritto cosa è il meno. Quello che di te arriva davvero a uno sconosciuto, quando legge una tua lettera, non è il nome, né la faccia, né il mestiere, né gli argomenti che ti capita di toccare. È il modo in cui usi gli articoli. È se scrivi “volevo solo dirti” oppure “volevo dirti”. È la lunghezza delle frasi, il ritmo tra una virgola e l'altra, se quando provi a dire la verità ti viene da scrivere “noi”, “tu” o “uno”. Sono scelte che fai senza sapere di farle. In inglese le parole funzionali (pronomi, articoli, preposizioni, verbi ausiliari, congiunzioni) sono meno di cinquecento e, come fa notare lo psicologo James Pennebaker in *The Secret Life of Pronouns* (2011), da sole coprono più della metà di tutto quello che ciascuno di noi dice, ascolta o legge. Sono l'acqua in cui nuotiamo. E ognuno di noi la smuove a modo suo, molto più di quanto si immagini.

Detta così sembrerebbe un giochetto da salotto: il software di un professore della Duquesne University che nel 2013 smaschera Rowling dietro Galbraith, una perizia in tribunale costruita contando le preposizioni. Se non fosse che l'impronta, a quanto pare, è sociale. Nel 2011 un gruppo di ricerca guidato da Molly Ireland e James Pennebaker prese le trascrizioni di quaranta speed date da quattro minuti e misurò, coppia per coppia, quanto le frequenze delle parole funzionali dei due interlocutori si fossero avvicinate nel giro di quei quattro minuti. Lo chiamarono *language style matching*: la sintonia dello stile linguistico. Le coppie sopra la mediana avevano circa tre volte e mezzo più probabilità di volere un secondo appuntamento. In un altro studio la stessa misura, applicata alle chat di ottantasei coppie, riuscì a prevedere quali, tre mesi dopo, stessero ancora insieme. A prevederlo non era quello che le coppie si dicevano, ma se le loro parole piccole e inconsapevoli si fossero venute incontro.

## Che cosa si conta

Due persone raccontano lo stesso tragitto sotto la pioggia. La prima scrive: *Il treno era di nuovo in ritardo. Ho aspettato sul binario. Avevano tutti l'aria stanca.* La seconda scrive: *Insomma eravamo tutti lì sul binario, e il treno niente, non arrivava proprio, e a un certo punto ci siamo tipo guardati tutti in faccia.* Sono esatte tutte e due, e raccontano la stessa scena. E nessuna delle due persone ha scelto niente di tutto questo.

Il nome tecnico è stilometria. La sua unità di analisi non è la “voce” o il “tono”, parole troppo vaghe per essere misurate, ma le frequenze. Il dizionario di Pennebaker, il Linguistic Inquiry and Word Count, taglia la lingua in due. Da una parte le parole di contenuto: nomi, verbi, aggettivi, quello che un insegnante sottolineerebbe. Dall'altra le parole funzionali: pronomi, articoli, preposizioni, verbi ausiliari, congiunzioni, negazioni. Le prime dicono di che cosa sta parlando una persona. Le seconde, sei o sette categorie su cui l'occhio scivola senza fermarsi, dicono chi sta parlando.

## Persone fatte solo di frasi

Non è una novità dei nostri tempi. Tra il 1902 e il 1908 Rilke scambiò dieci lettere con Franz Xaver Kappus, un cadetto di diciannove anni, senza incontrarlo nemmeno una volta, e ne nacque quello che, tre anni dopo la morte di Rilke, sarebbe diventato *Lettere a un giovane poeta*. “Abbiate pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel vostro cuore”, scrisse a Kappus nel luglio del 1903: a uno sconosciuto di cui non avrebbe mai visto il volto.

Oppure una storia più terra terra. Nell'ottobre del 1949 Helene Hanff, scrittrice freelance squattrinata di New York, scrisse alla Marks & Co, una libreria antiquaria al numero 84 di Charing Cross Road, a Londra, per chiedere se avessero un Hazlitt usato. Le rispose Frank Doel, il responsabile degli acquisti, con una compassata cortesia inglese. Si scrissero per vent'anni. Lei spediva prosciutto in scatola e calze di nylon nella Londra del razionamento; lui le mandava i libri che a Manhattan non riusciva a trovare. Quando Doel morì di peritonite, nel dicembre del 1968, fu la vedova a scrivere a Hanff per dirglielo. Hanff quella libreria non l'aveva ancora vista. Nel 1970 pubblicò le lettere con il titolo *84, Charing Cross Road*. Vent'anni, nemmeno un incontro, e un'amicizia vera che è diventata un libro.

## L'obiezione più ovvia

L'obiezione viene da sé: è tutta proiezione. In una lettera non incontri chi scrive, ma uno schermo su cui proietti quello che vuoi. Nel 1966 Joseph Weizenbaum creò ELIZA, un programma che si limitava a rimandarti le tue stesse frasi sotto forma di domanda, e al MIT gli utenti cominciarono a confidarsi con ELIZA. Perfino la segretaria di Weizenbaum, che l'aveva visto mettere in piedi quell'aggeggio, gli chiese di uscire dalla stanza per poterci parlare in privato. Se ci si affeziona a uno script, figuriamoci a qualunque cosa sia abbastanza vuota da farci da specchio.

L'obiezione prende di mira una cosa vera, ma non la centra. Il modello iperpersonale di Joseph Walther, pubblicato nel 1996 su *Communication Research* e ancora oggi il punto di riferimento del settore, non nega che si tenda a idealizzare uno sconosciuto che non si può vedere. Dice che l'idealizzazione è uno dei quattro meccanismi (chi scrive lima, chi legge idealizza, il mezzo lascia il tempo di comporre, e ciascuno dei due rilancia su ciò che l'altro ha composto, in un circolo che si autoalimenta) per cui lo scambio scritto e asincrono, nelle condizioni giuste, produce più intimità percepita di una conversazione a tu per tu della stessa durata. Il modello non ha bisogno che l'idealizzazione sia falsa. Gli basta che la scrittura sia onesta.

E la proiezione, da sola, non basta a spiegare i dati di Ireland. Se chi legge si limitasse a dipingersi chi scrive come gli pare, non ci sarebbe motivo per cui le frequenze delle parole piccole di due persone dovessero avvicinarsi l'una all'altra in un modo che permette di prevedere i secondi appuntamenti e, tre mesi dopo, se la coppia sta ancora insieme. Invece si avvicinano. E la previsione regge.

## Il limite, a dirla tutta

Niente di tutto questo sostituisce una faccia dall'altra parte del tavolo. E John Suler, nel 2004, è stato chiaro su cos'altro liberano quegli stessi canali anonimi e asincroni: la disinibizione benigna (una gentilezza insolita, una franchezza insolita, la generosità tra sconosciuti) e quella tossica (molestie, crudeltà, disprezzo). Nascono tutte e due dallo stesso terreno. Quale delle due ti capita dipende meno dal mezzo che da ciò che il mezzo è fatto per premiare. Una sezione commenti costruita per l'indignazione raccoglierà indignazione. Una cassetta della posta costruita per una lettera, il più delle volte, riceverà una lettera.

## A che serve una cassetta della posta

Per scrivere due lettere da quattrocento parole ci vuole più tempo che per duecento messaggi. Quando rispondi a qualcuno, nessuno ti dirà se ha già letto la tua risposta. Una foto profilo racconta a uno sconosciuto che faccia avevi un martedì in cui ti piaceva la luce. Una lettera gli racconta altro. Il nome dell'altra persona non lo saprai per parecchio tempo. A volte mai.

C'è ancora posto, però, per una stanza fatta così. Una pagina, un francobollo, un'altra pagina. Nessun profilo da tenere aggiornato. Nessuna spunta blu sospesa sotto una risposta. Solo una lettera, scritta apposta, per uno sconosciuto. E all'altro capo una persona con i suoi *tipo*, i suoi *solo* e le sue piccole esitazioni, che a lungo andare prendono una forma tutta loro.

Insomma, a quanto pare, come scrivi e che faccia hai raccontano due persone diverse. Una lettera non cancella chi scrive: toglie di mezzo un po' di quello che di solito gli si para davanti. Chiamalo anonimato, se vuoi. Ma è quasi il contrario: sei tu, senza travestimenti.

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